Come far funzionare l’apprendimento a casa con i 7 punti del controllo istruzionale

Quando si vive o si lavora accanto a un bambino che fatica a seguire le richieste, ci si ritrova spesso in una routine fatta di “Non vuole farlo”, “Si oppone”, “Scappa”, “Si arrabbia”.
A volte sembra che l’unico modo per evitare il conflitto sia cedere, altre volte si finisce per alzare il tono o per insistere troppo. Nessuna delle due strade funziona davvero.
Robert Schramm, analista del comportamento, ha proposto un modello pratico per affrontare questa situazione: i Sette Punti del Controllo Istruzionale.
Non sono magia e non sono rigidi protocolli, ma un modo di impostare la relazione affinché il bambino voglia cooperare, perché stare con l’adulto diventa prevedibile, piacevole e utile.
In altre parole: non si tratta di “farsi obbedire”. Si tratta di costruire un rapporto in cui seguire le istruzioni conviene.
Cosa significa Controllo Istruzionale?
Per Schramm, avere controllo istruzionale significa una cosa molto semplice: quando dai un’istruzione, il bambino ha buone probabilità di seguirla con serenità e continuità.
Non si parla di autorità, ma di prevedibilità, motivazione, chiarezza.
Non significa “fare il terapista a casa”, né imitare un setting clinico.
Significa invece che il genitore o l’adulto diventano una guida affidabile, capace di far succedere le cose in modo ordinato e rispettoso.
Perché non basta l’istinto
Molti genitori raccontano: “Vorrei solo fare il genitore”.
È comprensibile. Ma quando un bambino ha difficoltà di autoregolazione, di linguaggio o di attenzione, l’istinto spesso non basta.
Serve una struttura. Serve coerenza. E serve soprattutto trasformare la relazione in un posto sicuro dove imparare.
Questo non toglie naturalità alla vita familiare: la rende più fluida. E rende più forti tutti i membri della famiglia.
I Sette Punti spiegati in modo semplice e pratico
Di seguito trovi i sette punti principali, presentati in modo diretto e con esempi di vita quotidiana.
1. Controllare i rinforzatori
Tutto ciò che il bambino desidera – giochi, attività, tablet, attenzioni – è un potenziale rinforzo.
All’inizio è fondamentale che il bambino li ottenga non “gratis”, ma dopo aver seguito una richiesta semplice o un comportamento appropriato.
Avere il controllo degli stimoli significa anche che, nei momenti in cui il bambino non collabora e non ci sono transizioni o esigenze particolari, è utile mantenerlo in una sorta di “digiuno da stimoli piacevoli”.
Non è punitivo: aumenta il valore dei rinforzi, rende l’ambiente più prevedibile e facilita il lavoro educativo sia a casa sia durante la terapia.
Esempio: Il tablet non sta sul divano tutto il giorno. È in un posto visibile ma non accessibile. Si ottiene dopo una piccola richiesta:
“Vieni vicino a me”, “Siediti sul tappeto”, “Dammi cinque”.
2. Diventare una presenza piacevole (Pairing)
Il bambino deve associare l’adulto a momenti piacevoli. Circa il 75% delle interazioni dovrebbe essere gioco, complicità, divertimento.
È altrettanto necessario che i genitori programmino tempo esclusivo da dedicare al proprio figlio: può essere un’ora ciascuno, due ore, o anche mezze giornate, a seconda della routine familiare.
Tempo esclusivo non significa accompagnarlo a terapia o guardarlo mentre vede la TV: significa stare con lui con attenzione piena, osservare cosa fa, accostarsi al suo gioco, imitarlo se fa giochi motori o rendere il gioco più divertente grazie alla vostra presenza.
È proprio in questo contesto caldo e condiviso che si possono inserire piccole richieste (batti cinque, butta la carta, bacio volante) e poi fornire stimoli piacevoli.
Esempio: Non iniziare subito con richieste. Prima giochi, ridi, segui i suoi interessi.
Devi diventare la persona che rende il gioco “più bello”.
3. Dire ciò che si può mantenere e mantenere ciò che si dice
Le istruzioni devono avere seguito. Se dai un comando, lo porti fino in fondo. E se prometti qualcosa, la mantieni.
Questo punto richiede una domanda semplice ma fondamentale:
posso davvero far rispettare questa istruzione qui e ora?
Se la risposta è “no”, è meglio non darla affatto.
Quando dici al bambino di lasciare un gioco, puoi ripeterlo una seconda volta, ma dopo la seconda il gioco deve andare via.
Non si contratta, non si offrono alternative per evitare la protesta, e non si continua una discussione infinita: si guida fisicamente il bambino a rilasciare l’oggetto, con calma ma con decisione.
Se non sei sicuro di riuscire a togliere un gioco, non presentare l’istruzione. Dare un comando che poi non puoi far rispettare crea incoerenza e, nel tempo, alimenta comportamenti problematici e la sensazione che il bambino sia “terribile”.
In realtà non è il bambino: è la mancanza di coerenza nell’ambiente.
Un altro esempio: se dici “Giancarlo, andiamo via”, come adulto devi essere pronto ad alzarti, andare verso tuo figlio con il giubbotto in mano e muoverti per uscire.
Non ha senso dirlo restando seduti a parlare, tergiversare o temporeggiare. Dal momento in cui l’istruzione viene pronunciata, tutto l’ambiente deve essere coerente nel sostenerla.
Non significa essere perfetti. Gli errori capitano. Ma è importante riconoscerli e correggere la direzione al momento successivo.
Esempio: Non chiedere “Vuoi mettere le scarpe?”. È una domanda. Se risponde “no”, sei bloccato e non renderai coerente prevedibile il tuo comportamento.
Meglio: “È il momento delle scarpe. Vieni, ti aiuto.”
4. Seguire le istruzioni conviene sempre
Il bambino deve accorgersi che la strada più veloce per ottenere ciò che vuole è seguire la richiesta dell’adulto.
La coerenza tra ciò che i genitori dicono e ciò che poi accade nell’ambiente, unita a periodi di “digiuno” dagli stimoli più piacevoli, crea un contesto in cui seguire le istruzioni diventa davvero la via più semplice, chiara e conveniente per ottenere ciò che desidera.
È un lavoro impegnativo, non una maratona con un traguardo finale, ma un modo di vivere la relazione familiare: stabile, prevedibile, a volte faticoso, ma l’unica vera strada per avere una famiglia che funziona e non si lascia sopraffare dai comportamenti.
È il principio di Premack: prima la cosa meno desiderata, poi quella più desiderata.
5. Rinforzare ogni scelta positiva (poi diradare)
All’inizio si rinforza ogni risposta comportamentale corretta. Poi, man mano che la collaborazione cresce, si passa a fornire rinforzi in modo variabile e inaspettato.
In famiglia, un VR (rapporto di rinfozo variabile) non significa contare le risposte come in un laboratorio, ma creare una situazione in cui il bambino non sa esattamente quando arriverà il rinforzo, pur avendo la certezza che prima o poi arriva.
Questo mantiene alta la motivazione e rende la collaborazione più stabile.
Esempio familiare: il bambino esegue tre piccole richieste e ottiene il gioco; un’altra volta ne ne esegue due; un’altra ancora a quattro.
Non c’è un numero fisso, ma una media. L’importante è che il bambino percepisca che cooperare porta sempre, in modo non prevedibile ma costante, a qualcosa di bello.
Perché variabile? Perché la scienza ci dice che così il comportamento diventa più stabile, resistente alle frustrazioni e duraturo.
6. Conoscere le priorità del bambino e le proprie
Il bambino cambia gusti e motivazioni velocemente.
Anche i genitori devono essere flessibili: devono chiedersi, momento per momento, quali comportamenti sono davvero importanti per la crescita e la relazione, e quali invece sono dettagli che possono aspettare.
Le priorità possono cambiare nell’arco della stessa giornata.
Gestire le priorità significa anche accettare che non tutto ha lo stesso peso:
in certi momenti l’obiettivo principale è restare nell’attività (ad es. restare nel supermercato per permettere al genitore di fare la spesa), in altri è portare a termine un piccolo passaggio (ad es. comprare in autonomia delle referenze) , in altri ancora avere un comportamento maturo (ad es.rispettare il turno in fila alla cassa).
Quando il genitore ha chiare le proprie priorità, può decidere in modo più sereno quando rinforzare, quando fare una correzione e quando invece lasciare andare un micro-errore perché non compromette lo scopo del momento.
Comprendere le priorità aiuta anche nella gestione dei rinforzi variabili: se oggi l’obiettivo è la permanenza nell’attività, il genitore può rinforzarla di più; se domani l’obiettivo è la qualità dell’esecuzione, il rinforzo può arrivare dopo una risposta più precisa.
È un modo di usare l’ambiente per guidare l’apprendimento senza generare confusione sapendo cosa conta davvero e cosa no.
7. Non rinforzare l’evitamento o i comportamenti inappropriati
Se il bambino scappa dal compito, una richiesta e mette in atto un comportamento problematico, non deve ottenere ciò che desidera attraverso quel comportamento.
Qui serve attenzione perché c’è il rischio dell’esplosione da estinzione.
Significa che, quando smetti di rinforzare un comportamento che prima funzionava, il bambino può intensificarlo: può farlo più forte, più veloce o più intenso.
È una reazione normale, non un peggioramento reale del problema. In pratica il bambino “prova più forte” ciò che in passato aveva funzionato.
L’esplosione da estinzione è un po’ come quando premi più volte il tasto dell’ascensore sperando che si apra la porta: lo fai perché in genere quel gesto funziona.
Se quella porta non si apre, insisti ancora un po’, poi alla fine smetti. Il bambino fa la stessa cosa con i comportamenti problematici.
Per questo serve coerenza: se l’adulto resiste durante l’esplosione, il comportamento si spegne; se cede proprio in quel momento, il bambino impara che deve “aumentare l’intensità” per ottenere ciò che vuole, e la situazione peggiora nel tempo.
Per questo Schramm consiglia supervisioni e supporto professionale.
Domande frequenti
“Ma non divento troppo rigido?”
No. Diventi prevedibile. I bambini imparano meglio quando sanno cosa succede dopo.
“Non rischio di negargli troppe cose?”
L’obiettivo non è limitare, ma ordinare. Il bambino ottiene le stesse cose… solo nel momento giusto.
“E se fa una crisi?”
Resti calmo, riduci l’attenzione sul comportamento problematico (non serve aggiungere troppe parole e non coccolare) e mantieni la coerenza (non eroghi cose piacevoli in quel momento e non prometti nulla).
Con il tempo le crisi diminuiscono proprio perché non funzionano per rendere più piacevole l’ambiente.
“Quanto tempo ci vuole?”
Dipende. Ma quando i sette punti diventano uno stile di vita, la cooperazione aumenta in modo stabile.
Conclusione: un nuovo modo di stare insieme
Il controllo istruzionale non è un metodo per “correggere” il bambino.
È un modo per creare una relazione chiara, motivante e rispettosa, in cui ogni bambino, con o senza diagnosi, sceglie di tornare all’adulto perché conviene, perché è piacevole e perché il mondo diventa più semplice da interpretare.
Un genitore forte non è quello che controlla tutto non sbagliando mai ma è quello che fa succedere le cose con coerenza e gentilezza.
Vuoi avere più strumenti per aiutare tuo figlio?
Scopri l’approccio che ha già migliorato la vita di milioni di persone autistiche nel video corso gratuito “Primi passi nell’ABA”